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Un grido dall’Etiopia

Quest’anno non possiamo trovarci per la cena etiope. Tuttavia, vogliamo continuare a sostenere i progetti del Centro Aiuto per l’Etiopia. Le persone continuano a soffrire per la fame e, come non bastasse, anche per il coronavirus. Roberto Rabattoni, il fondatore del CAE (Centro Aiuti per l’Etiopia), ci ha scritto:

bambini etiopi

“Cari amici, per quanto ho sentito, in Italia la situazione del coronavirus sta migliorando e tante attività stanno  riprendendo il loro lavoro. Mi fa molto piacere che si stia tornando alla normalità.
Ora voglio parlarvi dell’Etiopia. Qui, purtroppo, la situazione diventa sempre più grave. Voglio farvi un esempio: a Boditi, un villaggio di circa 6.000 persone a Sud di Areka, ci sono 1.000 casi di corona virus. Qui le persone non stanno a casa; o perché la casa non ce l’hanno o perché devono uscire tutti i giorni per lavorare, per guadagnare i soldi e comprare il cibo da mangiare il giorno stesso a tarda sera; è l’unico pasto della giornata, dopo essere stati al mercato notturno, che di solito si trova in un prato …
II governo etiope non sta dando le cifre corrette sui numeri della pandemia e dice che in tutto il Paese ci sono un centinaio di casi, nascondendo la realtà. Dalla scorsa notte chi per strada non ha la mascherina verrà arrestato, non si potrà più uscire senza. Ma qui manca tutto: mascherine, guanti, sapone …
Io sono ad Areka e sono molto preoccupato per il nostro centro “S.Giovanni Paolo II” dove abbiamo tanti bambini vulnerabili con difese immunitarie molto basse e quindi ad altro rischio … e anch’io sono come loro perché avendo fatto l’operazione ai polmoni per un tumore e, sapendo che il coronavirus prende specificatamente i polmoni, sono come il miele per le api.
Ma sono voluto rimanere per mantenere il controllo e della sicurezza del centro, in modo che i dipendenti non lascino il loro lavoro per stare a casa; anche loro sono impauriti a causa del virus e starebbero con i loro figli. Li abbiamo convinti a rimanere pagandoli un po’ di più e teniamo i cancelli chiusi a chiave per evitare che qualcuno esca od entri. L’unico che può uscire all’esterno del centro sono io, quando è necessario qualcosa e lo faccio cercando di espormi il meno possibile ai rischi di contagio. Qui non siamo come in Italia; c’è il grave problema della povertà e della fame, che c’era anche prima del virus.
In Italia c’è tutto e in questo periodo in cui siete dovuti stare a casa, anche con sofferenza per non poter uscire liberamente, avevate la scorta del cibo e, se vi mancava qualcosa, andavate al supermercato. Qui non è così. aiuti-etiopiaQui manca tutto. Abbiamo tutt’ora ogni giorno tantissime richieste di aiuto. Abbiamo distribuito recentemente 20.000 quintali di farina. A chi ci chiedeva aiuto rispondevamo che eravamo già impegnati in una distribuzione e loro ci replicavano: “Ma noi abbiamo fame e stiamo morendo …”. Continuano a dirci: “Noi abbiamo fame e stiamo morendo”. La prossima settimana faremo un’altra distribuzione di 5.000 quintali di farina bianca per il pane, per cercare di rispondere almeno in parte al grido disperato di questa gente … Il Papa ha detto che nei primi 4 mesi di quest’anno sono morti per fame 4 milioni di persone. Di questa strage per la fame, che c’è da tanti anni e anche prima dell’arrivo della pandemia, non c’è un giornale che spende una riga o una televisione che spende un minuto per parlarne. Perché? Vi ricordo l’appello di S. Giovanni Paolo II nel 2004, su Famiglia Cristiana, in cui aveva parlato della strage di 6 milioni di morti per fame …. L’appello andò a vuoto. L’anno successivo nel 2005 Giovanni Paolo II, sempre su Famiglia Cristiana, vicino ad una foto di un bimbo, guarda caso etiope, con gli occhi tristi, disse: “Gli occhi dei bambini africani giudicheranno il mondo”.
Voi direte che io non mollo mai e continuo a chiedere, ma io sono qua e piango con loro … è un momento durissimo e io faccio per loro la parte dei giornali e delle televisioni che, nella realtà, non scrivono niente perché a nessuno tocca; l’importante è stare a casa e difendere dal virus la famiglia e i propri figli perché, se loro muoiono di fame o di coronavirus, a noi non cambia nulla.

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Il governo qui continua a ripetere a tutti di lavarsi le mani per non ammalarsi perché non ha gli ospedali e i medicinali per curare la gente. Il governo del Wollayta ci ha chiesto di comprare del sapone e del disinfettante e lo abbiamo fatto. Qui sono tutti allo stremo. Per il coronavirus la scienza non ha ancora trovato il vaccino e sta lavorando per questo, ma per la fame non serve il vaccino e non serve che la scienza trovi un rimedio! Ci vuole un Atto di Amore, solo questo: un Atto di Amore! E tutti lo possiamo fare, tutti lo dobbiamo fare! E se fosse tuo figlio cosa faresti? La fame si può sconfiggere, il cibo c’è, lo possiamo comperare grazie all’aiuto di tutti voi. Inutile dirvi che quello che date lo riceverete centuplicato già su questa terra. Uscendo dal centro di Areka vedo, per strada, tanti funerali; sono aumentati e non sono per il coronavirus perché i morti per il virus li portano via i militari. Questi sono morti per la fame. Le stagioni sono cambiate; o piove troppo o piove troppo poco, i raccolti sono diminuiti, la fame è aumentata. Avete passato in Italia dei mesi difficili è vero … Ma qui la fame c’era anche prima del virus e continua anche ora e la situazione è sempre peggiore. Per favore, per favore, per favore, aiutiamoli, aiutiamoli, aiutiamoli!

 

Per chi desiderasse offrire il suo contributo può consegnarlo ai sacerdoti oppure versarlo con un bonifico:
IBAN IT20N0569611203000003039X34 – Banca popolare di Sondrio
Intestazione: “ASSOCIAZIONE SCOUT MISSIONARI ITALIANI”
Motivazione: “Emergenza fame in Etiopia”.

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